Cieca violenza, in cieco Stato
C’è chi prova cordoglio per la famiglia dell’ispettore Raciti, chi propone un minuto di silenzio, chi impone lo stop al campionato.
Il povero ispettore Raciti sarebbe secondo Napolitano, Capo dello Stato.«Vittima della cieca violenza scatenatasi nel campo sportivo in cui prestava servizio».
Si può davvero parlare di cieca violenza?
E’ una vergogna che ci sia gente che va allo stadio solo per sfogare le proprie pulsioni aggressive, ma è altrettanto vergognoso che uno stato democratico, “sviluppato” e “moderno” non riesca a far rispettare le sue leggi e che soprattutto non si decida a vararne di più serie e dure.
Non si può sempre aspettare che ci scappi il morto per fare dichiarazioni perentorie e decidere di fermare il gioco.
«Non si può morire per una partita…» ha detto Salvatore Renda, 24 anni, agente del reparto mobile della polizia rimasto ferito negli scontri al Massimino «Non si può morire per una partita perché un tifoso cerca di fare rivalere le proprie convinzioni sugli altri usando violenza».
E ha ragione.
Non si può morire per una partita, ma credo anche che non si possa pensare di cambiare la mentalità di un paese con lo “stop al campionato”.
Il calcio non riguarda tutti, ma fa parte di questo Paese, che vi piaccia o meno.
Il problema non è il calcio, ma la testa di chi lo segue e la mentalità di un Paese.
Un Paese, il nostro, che nell’istante in cui vinceva i mondiali scordava che il calcio stava mostrando, allo stesso tempo, la sua brutta faccia con il caso Calciopoli.
In Italia, allo stadio, prima si fa passare il tifoso attraverso i tornelli elettronici, con un biglietto nominale e poi nessuno fa rispettare i posti a sedere.
Un’Italia ha bisogno di schierare un esercito di poliziotti per una partita.
Un Paese che non riesce a trattenere in carcere chi si approfitta ogni domenica di una gara per scatenare la propria violenza insensata.
Sarei dovuta andare allo stadio, questa domenica, e lo schifo di Catania non mi ha fatto passare la voglia di vedere giocare la mia squadra del cuore, perché credo che i violenti non siano la maggioranza. Però ci sono e io, ogni volta che vado a vedere una partita avverto un senso di angoscia. Penso sempre che da un momento all’altro possa succedere qualcosa. E questo non solo in curva, anzi lì i celerini non ci vanno neanche e credo che i problemi “se li risolvano in famiglia”, tra ultras.
Non sto dalla parte dei poliziotti e non sto con gli Ultras.
Ho visto celerini caricare inutilmente e tifosi lanciare fumogeni, senza preoccuparsi di dove questi andassero poi a spegnersi.
Ho sentito parlare della morte di Paparelli, ho sentito cantare cori che speravano nel ripetersi di episodi simili.
Non ho fiducia in un cambiamento ma: ho visto in televisione partite di Champions League dove tifosi di squadre avversarie siedono tranquillamente gli uni accanto agli altri, dove ci sono persone pagate per vigilare sull’andamento dello uno spettacolo; ho visto sport violenti dove l’agonismo è una caratteristica positiva e il tifo non è una malattia.
Voglio andare allo stadio senza che ci sia bisogno di fare un minuto di silenzio.
Basta un morto per aprire gli occhi? Non credo.
Fermare tutto vorrebbe dire darla vinta a chi a quel gioco dice di crederci, ma poi non fa nulla per viverlo come tale.
Prodi afferma che: “Questa è l’ora della svolta, misure robuste e decisive”
No, presidente del Consiglio, è l’ora della pazzia.
E’ l’ora della morte di un ragazzo.
E’ l’ora in cui due bambini e una moglie rimangono da soli.
E’ l’ora in cui io non posso andare allo stadio per colpa di un gruppo di pazzi.
E’ ora che vi svegliate tutti.
Non possiamo imporre il calcio a nessuno, ma non possiamo neanche levarlo a chi ci crede e chi ama questo gioco perché lo vive come svago, passione e divertimento.
