Ero per strada, tramontava il sole e dalla macchina davanti a me due bambine continuavano a salutarmi.
Perché? Per quale motivo ci mettiamo (lo facevo sempre da piccola) a guardare i guidatori dietro di noi e a salutarli con insistenza?
Io poi, con le mie cugine, mi imbarazzavo e quando qualcuno contraccambiava il nostro saluto e mi nascondevo dietro il sedile.
La cosa peggiore è sempre stata la nausea: da sempre soffro la macchina, ma nonostante tutto riuscivo a passare ore viaggiando al contrario. Poi finiva sempre che mi veniva voglia di vomitare quando arrivavo a destinazione.
Oggi quelle bambine mi salutavano, una aveva perso un incisivo e mi salutava con sorridendo come se non si fosse accorta di avere una finestrella nera tra un dente e l’altro. Io non ho ricambiato il saluto: mi godevo il sole, mi godevo la guida, guardavo dritta davanti a me senza avere la nausea e arrivata a destinazione stavo benissimo.
Poi ho salutato con insistenza il mio uomo e non mi sono nascosta quando ha ricambiato.
Oggi mi sono accorta di non essere una bambina. Domani mi compro il Crystal Ball.
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SabatoNotte tanto tempo fa
Ho ritrovato questo post e mi ha fatto un po’ tenerezza. Era il 3 giugno di due anni fa, sono passati davvero tanti mesi dal quel giorno e la mia vita è completamente cambiata, anche se alcuni punti fissi sono rimasti e ne sono davvero felice.
Scrivevo così:
“Sabato notte. Milano. Piove, piove tanto. Ricomincia, finalmente, Sabatonotte. Gianluca Neri e Simone Tolomelli chiacchierano in penombra accompagnati dal ticchettio della pioggia, catturata dal microfono sul terrazzo. Parole, letture, storie e buona musica. Io sono qui, come capita spesso. Una piacevole costante, ogni giorno più piacevole. Direi…
Ascolto.Scrivo. Bevo Coca Cola e fumo qualche sigaretta. E’ una serata di quelle che vorresti trascorrere proprio quando piove, a Milano. Ovunque. Sono le serate che a me piacciono, quando la compagnia è buona tutto passa più leggero. Come questa leggera pioggia di giugno che porta via il caldo dei giorni passati e racconta, tra le gocce, l’arrivo dell’estate.
Domani si parte per Roma. Un paio di giorni. Buonanotte. Buon Sabatonotte.”
Questa notte è ancora Sabatonotte, in una stanza a pochi metri da me ci sono i miei amici Matteo Bordone e Simone Tolomelli e il mio uomo Gianluca Neri. Il divano su cui sono seduta ora, distrutta dal Fish&Chips e dalla pastiera napoletana che ho preparato per una cena tra amici, è lo stesso di due anni fa solo che ora è il mio divano, quello dove mi addormento la domenica tra le braccia dell’uomo sopracitato.
Ho il computer che trasmette Radionation, con un po’ di ritardo arrivano le voci dei ragazzi: questo Sabatonotte è dedicato a loro, o meglio è tutto loro. E così mi ritrovo qui da sola, per non disturbare il testosterone che vaga nello studio, a pensare al bene che voglio a quelle voci che escono dal mio computer. A distanza di due anni sono ancora qui, “abbottata” di felicità.
Nei prossimi giorni la Signorina Fiamma, il mio alter ego culinario, racconterà di quello che ha cucinato questa sera, con tanto di foto. Se siete curiosi andate qui.
Buonanotte. Buon Sabatonotte.
E’ troppi anni che non ce l’ho. Troppi anni che non faccio quella cosa tutti i giorni religiosamente. Troppi anni che non ne possiedo uno tutto mio. Troppi anni che non lo appendo a un chiodo, magari in cucina.
Voglio un calendario dell’avvento.
New York state of mind
Barney Greengrass, The New York Palace, la Rai Corporation, Soho-Nolita-Greenwich-Noho, Ground Zero, Central Park, Upper West Side, le piste di pattinaggio sul ghiaccio, gli hamburger, 27 cheesecake, i taxi, la tv, le mance, Papa, il New Jersey, l’Empire State Building, Avenue Q, KFC, Anthropologie, Abercrombie&Fitch, FAO Schwartz, Starbucks, “mondo succo”, volo di andata e ritorno, Bazzini, gli scoiattoli…

Questo è tutto quello di cui vi vorrei parlare e giuro che lo farò nei prossimi giorni, pezzo per pezzo smonterò e rimonterò la mia settimana a New York come si fa con i lego e mi divertirò di nuovo scrivendo e ripensando a quanto sia stato bello rivedere la Grande Mela.
Stay tuned. Woman at work.
La torta più buona per me
Ci sono quattro donne basse, cicciotte, dalle facce simpatiche e con gli occhi chiari. Arrivano a malapena all’altezza del grande bancone di vetro che, scaffale dopo scaffale, raccoglie le delizie più deliziose che io conosca. Siamo nel ghetto di Roma, è domenica mattina e la fila esce fuori dalla piccola pasticceria che qualunque romano – ma non solo – dovrebbe visitare una volta nella vita.
Le quattro donne sono tre sorelle, almeno così ho sempre creduto io e voglio immaginarmele così, la quarta è la madre: la matriarca, il capo, colei che (sempre nella mia fantasia) ha dato il via alla tradizione di famiglia; guardando i suoi occhi s’intuisce subito che è lei la detentrice di tutti i segreti che circondano la preparazione di quei dolci ricchi di storia e di tutto quel che vuoi. Tra le tante cose che preparano al ghetto (mostaccioli, bruscolini tostati, biscotti alla cannella) c’è la torta ricotta e cioccolato, una delle cose che preferisco al mondo.
La ricotta bianca come neve è sporcata da gocce colanti di cioccolato fondente, l’impasto è racchiuso in una pasta che non permette di conoscere il contenuto della torta prima di tagliarla, la pasta dalla leggera crosta avvolge completamente l’impasto interno.
Una pasta ambrata, morbida, quasi bruciata, ma in realtà semplicemente perfetta. Si taglia come burro e il coltello rimane sporco di quella crema di ricotta e cioccolato che ti chiede di essere leccata via dalla lama.
Il primo morso è un crescendo di sapori: uova, farina, latte, ancora latte che diventa ricotta, e piccoli tocchi di cioccolato lungo tutte le papille.
Al terzo morso pensi che non riuscirai mai a finire quella fetta, ma quando poi la tua gola inghiotte l’ultimo pezzo di crosta la tua mente ti ripete un unico messaggio: ancora, ancora, ancora.
Ugo tira, vuole vedere chi scenderà da quel treno. Lui lo sa perché si trova lì, sono anni ormai che ripete quel percorso: salire in macchina, scendere alla stazione, cercare il binario giusto e guardare il treno arrivare.
Gli inservienti della stazione che gli urlano: “’A bello!” e lui che prosegue per la sua strada.
Io non so se realmente si renda conto del mio arrivo, ma è lì che mi aspetta. Come i miei, in un venerdì sera qualsiasi, alla Stazione Termini.
Un weekend romano che da troppo tempo non mi prendevo, Roma è presente: anche lei mi aspetta per farmi sentire a casa, mai di passaggio.
I palazzi s’illuminano il sabato mattina e scaldano le passeggiate di turisti e dei romani. Una pizza in famiglia in luogo colorato, studiato e partenopeo. Leggo l’orgoglio di mio padre nel farmi sapere che il nuovo locale è – come dice l’anziano padrone napoletano – “nu scpettacolo archite’!”.
Io sono orgogliosa di loro e loro di me. E’ tutto un piacere e Roma ne è complice.
Piazza San Lorenzo in Lucina, nascosta tra la politica e il caos del Lungotevere, ospita bambini in bicicletta, padri in attesa di un caffè e tavolini pieni di gente. Mi è sempre piaciuta questa piazza, trovo sia il salotto buono al centro del grande appartamento che è Roma, che più che un appartamento sembra una comune.
Una giornata orrenda.
Piove, forse no.
C’è il sole, forse no.
Mi devo mettere gli occhiali da sole, ma anche no.
Mi danno un fastidio queste giornate un po’ così.
Mi innervosisco parecchio!
La mia mamma
L’anno scorso ho scritto un paio di righe sulla mia mamma, quest’anno l’hanno chiesto a lei. Rileggendo i due post mi è venuto da sorridere: quando ci chiedono di parlare l’una dell’altra, quello che raccontiamo più volentieri è proprio la nostra capacità di mantenere un rapporto speciale che ci unisce ormai da 28 anni.
Auguri Mamma!
Ho 28 anni e l’aria da signora mi sta anche male
e non ci credo quando mi dicono che sono speciale
i complimenti costano poco e certe volte non valgon di più
quello che sono, dove vado, ciò che voglio lo so soltanto io.
*Rivisitando Jovanotti.





