Gira che ti rigira, casco sempre in una di quelle notizie “sensazionali” che vengono pubblicate sui siti dei nostri maggiori quotidiani. Notizie fondamentali per la nostra esistenza come questa: «Nel guardaroba femminile spopola il nero. Un sondaggio su internet rivela: piĂą del 40% dei capi appesi negli armadi sono di questo colore.»
Ma dai? Tu pensa.
C’era pure bisogno di fare un sondaggio su questo tema.
Le donne vengono cresciute con la fissazione che il nero sfina e il bianco ingrassa.
Abbiamo ascoltato, per anni, le madri, le zie e altre parenti di sesso femminile dire, davanti all’ennesima replica di “Colazione da Tiffany”: «Guarda com’è fine Audrey Hepburn con quei tubini neri.»
No! Il punto è che lei era fine pure nuda o con uno scafandro.
Tornando alla notiziona di oggi oserei dire che il risultato del sondaggio è piuttosto scontato.
Poi ovviamente c’è sempre l’eccezione che conferma la regola: cioè Io.
«Un sondaggio europeo sui capi-base che costituiscono il guardaroba femminile-tipo ha rivelato che le donne impazziscono per il nero e piĂą del 40% dei capi appesi nei nostri armadi sono neri.» Questo è quanto affermato nell’articolo su Corriere.it.
Ho subito dato un’occhiata al mio guardaroba e arrivo al massimo al 20% di capi neri ( e non ho poche cose).
Già sono fuori dai canoni, ma continuo a leggere: «Secondo il poll, lanciato dal sito MissButterfly, ogni donna possiede in media 110 capi, 45 dei quali sono neri. E in tutta Europa, pare non esista nemmeno una donna che non abbia almeno 3 paia di pantaloni neri, 1 paio di jeans neri, 3 gonne nere, 2 vestiti neri, 2 giacche nere e 12 top neri (incluse le Tshirt). E poi, il cappotto per tutti i giorni? Nero. Un cappotto elegante ci vuole. Colore? Nero. Le scarpe? Nere, 12 paia (tacco basso, tacco alto, tacco a spillo, sportive e stivali). E la borsa? In preferenza nera (da sera e da giorno, come minimo).»
Non è così.
Non ho vestiti neri e, soprattutto, non ho mai comprato dei jeans neri.
Ultimamente preferisco il marrone e amo i colori.
Ho un cappotto nero, ma preferisco quello spigato beige e bordeaux.
Ho tante borse e più sono colorate meglio è.
Tra le mie scarpe spuntano degli stivali e un paio di camper nere, per il resto ci sono: ballerine verdi, ballerine bronzo luccicose, ballerine viola con strass, scarpe col tacco rosa e arancio, stivali verdi, etc…
Per concludere, secondo il sondaggio dovrei avere una folla di uomini che bussano alla mia porta perché: «Il 15% delle donne che hanno preso parte al sondaggio rivela che il proprio partner le “sgrida” per la scelta ombrosa dei colori.»
Pensare che il mio uomo dice che mi vesto come la stagista della Gialappa’s.
Che poi mica è vero!
Archive for Marzo, 2007
Dopo che ho visto tutte queste belle mascherine sul blog di Grazia, sono andata a visitare il sito di di Mary Green e mi sono innamorato delle sue sleep mask.
Io ne ho una, di quelle classiche che ti regalo in volo per dormire meglio. E’ vecchia ed è ora che il mio sonno diventi ancor piĂą dolce e soprattutto che io possa comunicare anche dormendo…
Magari con questa:
![]()
Dopo una settimana trascorsa nella GRAZIosA dimora di GRAZIA, torno al mio rifugio, lasciando comunque una traccia di quello che è stato.
Alle feste, se il menù è di mio gradimento, finisco sempre a parlare di cucina e mi ritrovo a scambiare ricette golose.
Il mio amore per la cucina non nasce dietro al tavolo, ma davanti ai fornelli. Cucinare è una delle cose che preferisco fare, soprattutto quando sono un po’ nervosa.
Così, invece di buttarmi da qualche psichiatra, io cucino.
Più la torta è complicata, più rifletto e mi rilasso.
Come quando preparo la Cheese Cake…pensando.
Ingredienti (per 8 persone):
PER LA BASE: 250 gr biscotti “Digestive”, 120 gr burro, 1 cucchiaino di cannella in polvere.
LA CREMA: 500 gr ricotta, 250 gr di formaggio morbido (Fiorello o Philadelphia fate voi), 3 dl panna montata, 1 limone, 3 uova, 2 dl latte, 200 gr zucchero, 1 cucchiaio di farina,1 cucchiaino di estratto di vaniglia, 20 gr gelatina in fogli.
GUARNIZIONE: frutti di bosco misti e cannella.
Preparazione, pensata:
Prima di tutto metto la gelatina in ammollo in acqua fredda.
La gelatina si trasformerĂ in una pappetta schifosa e viscida, divertente da toccare e utile nel caso in cui voleste tirarla addosso a qualcuno. Consiglio di tenerne una vaschetta sempre pronta per questo secondo fine in frigorifero!
Sbriciolo i biscotti e li mescolo con la cannella e il burro fuso.
Il tutto sprigiona un odore che mi riporta sempre con la mente alle sere fredde d’inverno, quando mia madre preparava il the caldo alla cannella e con le mie amiche ci mangiavamo tanti biscotti inglesi, quelli pieni di burro. A quei tempi le calorie ancora non si adagiavano sui fianchi, mentre adesso la sola vista di quei biscotti provoca in qualsiasi donna lo stesso stato di ansia generato da una prova bikini a gennaio.
Rivesto con la pellicola trasparente (esatto, la stessa pellicola che usate per gli impacchi anticellulite) uno stampo da torta a cerniera e con il mix di biscotti ricopro la base e le pareti, premendo bene con il dorso di un cucchiaio.
Lascio riposare la tortiera in frigo per fare indurire la base e penso: perchè, diamine, non mi ha ancora chiamato? Io sono qui che preparo leccornie e lui chissà dove sta. Che ci vuole a fare una telefonata?
Arriva il momento migliore: sbatto i tuorli con lo zucchero e poi ci aggiungo il latte a filo, la farina e la vaniglia. Cuocio il tutto a fuoco basso fino a che la crema non si addensa per bene.
Una telefonata, non chiedo tanto. Ma come fanno gli uomini a sapere sempre cosa serve per farci rimanere attaccate? Che poi, sono sicura, non lo fanno neanche di proposito. Sono solo bravi in questo, c’è da riconoscerlo. Mi ritrovo a pensare e cucinare, mentre lui neanche si pone il problema di avvisare se tornerò per cena.
La crema è densa, morbida, vellutata.
Cavolo, è che come la sua pelle. Calda, deliziosa. E le sue mani…
Oddio, devo scolare la gelatina e aggiungerla alla crema, che poi lascerò da parte a raffreddare, come i miei bollenti spiriti!
Passiamo ai formaggi. Setaccio la ricotta e la mischio delicatamente con il formaggio morbido. Unisco il succo e la buccia del limone.
Acido. Poi dicono che siamo noi quelle acide. Beh, invece loro?
Sempre pronti a criticare i nostri isterismi, come se loro fossero esseri perfetti. Ma non è così. Perfetta è la panna che sto montando. Perfetti questi albumi trasformati in una neve ben ferma.
Miscelo tutto, facendo attenzione a non smontare nulla.
Né gli albumi, né la panna montata.
Dovessero impazzire sarebbe un dramma. Basto io in questa cucina con i nervi a fior di pelle.
Mischio tutto: crema, formaggi, panna e albumi e poi li verso nella tortiera estratta dal frigo.
Livello la superficie e ricopro con pellicola.
Metto la torta in frigo dove riposerĂ per 4/6 ore.
Ora ho tutto questo tempo e lui che non mi chiama.
Driiin! Driiiiin!
Eccolo, finalmente.
«Ciao, scusa ho una riunione. Non so a che ora arrivo. Magari mangio qualcosa in ufficio. Ti adoro.»
Non faccio neanche in tempo a dire: “Ho preparato una cheese cake” che lui già ha attaccato.
Mi resta solo che affogarmi nella salsa di frutti di bosco calda che rovescerò sulla mia torta perfetta, per una serata perfetta da condividere con il MIO uomo…non perfetto.
(anche su Grazia)
A volte i rapporti sono un po’ come le connessioni ad internet.
Immaginate: ognuno ha il suo bel computer da connettere alla rete e lo può fare in vari modi. C’è chi ha una linea più veloce, chi ancora si connette con un vecchio modem “perché tanto va bene lo stesso”, c’è l’adsl o addirittura la fibra ottica e infine c’è chi naviga wireless, a volte collegandosi a reti altrui.
Ci si connette tutti a quel tutto che poi non è altro che il mondo delle relazioni. Come varie sono le connessioni e chiunque è libero di scegliere il contratto che preferisce, così vari sono i rapporti e i modi per connettersi agli altri.
Da qualche mese io e le mie coinquiline abbiamo una linea wireless, ma da subito ci ha assalito un dubbio: inseriamo una password tutta per noi o lasciamo la nostra rete aperta a tutti?
La questione è tutta qui. Altro che “essere o non essere”, oggi il problema è “password o non password” perché sia per internet che per i rapporti tutto sta in quella parolina magica.
Quando si conosce qualcuno è come se nel nostro corpo scattasse un meccanismo simile alla connessione ad internet.
Gli occhi di chi abbiamo davanti ci segnalano se c’è una rete, ma è molto difficile capire subito se è stata inserita una password e soprattutto: quanto sarà difficile connettersi alla rete di chi si ha davanti?
Se si riesce ad entrare nella rete dell’altro, poi, si può partire con la prima connessione, il momento della scoperta: ci si scruta, si scopre l’home page di ognuno e poi si cerca di capire quali siano i link ad altre persone o ad altri aspetti del proprio personalissimo sito-carattere.
Detto così sembra facile, ma ovviamente non lo è.
Quando ti connetti con il tuo bel computer ad internet se un sito non ti convince torni indietro oppure c’è l’ antivirus che ti avverte, ancor prima di sbagliare, se quel sito ti creerà dei problemi; nella vita invece nessuno ti avverte e non sai mai finché non ci caschi dentro se stai sbagliando, se le tue sensazioni sono davvero giuste o se hai preso una cantonata.
A volte vorrei fosse tutto facile nei rapporti ma poi, da buon ossimoro, preferisco le relazioni in cui devo scervellarmi per scoprire quale sia la password, voglio capire da sola la combinazione giusta.
Ognuno di noi è libero di scegliere come condividere la propria rete.
Ci sono quelli che sono sempre aperti, anche quando già condividono con qualcuno la propria. Sono i più “pericolosi”.
Ci sono quelli che invece rimangono legati alla propria password, inarrivabili e difficili da sbloccare.
E poi ci sono quelli che pur avendo sempre la password inserita al momento giusto sanno aprirsi, farsi vedere da chi li cerca, per poi richiudersi con chi hanno scelto.
E voi che scegliete: password o non password?
(anche su Grazia)
Ci sono frasi che quando le leggi non ci fai neanche caso.
Poi le leggi con piĂą attenzione e ti fanno girare le scatole.
Magari dovresti solo riderci su.
Mi è capitato di leggerne una che recitava così: «Occhi, sorriso, capelli, modo di fare, una certa curva alla base del naso, la morbidezza nelle braccia che le donne insicure nascondono come se un uomo guardasse le braccia…». Beh, a quel “morbidezza nelle braccia” conosco donne, molto sicure di sé, che si sarebbero fatte venire una crisi isterica. Ho amiche con ogni tipo di braccia, ma quelle che le hanno un po’ più robuste spesso se ne fanno un complesso.
Ammetto che l’espressione “morbidezza nelle braccia” è piacevole rispetto alla ben più nota ”bracciotte da massaia”, ma alla fine il concetto è il medesimo.
Le braccia di una donna sono importanti.
Magari non sono la prima cosa che uno guarda, ma poi l’occhio vi cade per forza.
Braccia lunghe, affusolate, come quelle di una ballerina.
Braccia corte, quasi tozze.
Braccia che fanno la pieghina piega sul gomito.
Braccia dalla pelle di velluto.
Braccia muscolose.
Braccia dal gomito ruvido.
Braccia che sostengono erotici amplessi.
Braccia che accolgono figli e amici.
Le braccia, come qualsiasi altro particolare del corpo umano, vengono notate. Perché i difetti, più dei pregi, saltano all’occhio. Non c’è niente da fare.
E’ vero magari che gli uomini notano meno particolari di quanto crediamo.
Lo dimostra il fatto che un uomo può rimanere ore a contemplare un fondoschiena piccolo e sodo per poi ritrovarsi a letto con una donna dai fianchi abbondanti, con qualche chilo in più. E capita pure che gli piaccia molto.
Le donne, d’altro canto, cercano il “figo di turno” e poi finiscono sotto le lenzuola con il primo che le sa prendere davvero.
Non ho mai preteso un belloccio-bamboccio: amo i particolari, anche le imperfezioni, ma da buon “ossimoro in carne e ossa” allo stesso tempo rischio di farmi influenzare negativamente da alcune imperfezioni.
Spalle piccole, fianchi troppo stretti, troppi peli, pochi peli, naso piccolo, naso enorme…
Alla fine donne e uomini si rifugiano in una sala cinematografica per rifugiarsi nei volti delle star, che anche struccate sono belle perché una pellicola le divide da noi e le fa sembrare immortali, stupende, acqua e sapone, senza imperfezioni nei loro difetti.
Barbra Streisand diventa un “tipo affascinante” perché ha un naso enorme..
Nicholas Cage è bello proprio perché un po’ stempiato.
Al Pacino è figo seppur molto basso.
E vissero tutti felici e contenti, sulle colline di Hollywood, tra fiumi di champagne, copriocchiaie dell’Estee Lauder e maglioni di Missoni, che fanno tanto vintage ma poi costano cifre assurde.
Finito il film si ritorna alla realtĂ e ai difetti, a quelle braccia morbide, alla ciccia di troppo.
C’è chi quei difetti li nasconde, chi li valorizza.
C’è chi non ci fa caso, chi li nota e li sa apprezzare.
Tutto sta nell’occhio di chi guarda.
Se l’occhio è predisposto in quel preciso momento a passare sopra ai difetti e apprezzare quella ciccetta in più che ammorbidisce il braccio, allora può andare oltre e accorgersi di quello che quelle stesse braccia sono pronte ad accogliere.
(anche su Grazia)
Un tempo c’era l’hennè, poi impazzò la tinta per capelli e infine arrivarono i push-up e i jeans che sollevano magicamente i glutei.
Ma non finisce qui: ciglia finte, extension, calze contenitive, bustini alla “Via col vento”, lucidalabbra che promettono miracoli.
Insomma, anche avendo paura di aghi, sale operatorie e camici bianchi, una soluzione per bella apparire la si trova comunque.
Di solito sono un tipo piuttosto semplice e naturale. Non mi trascuro, ma alla sola idea di mostrarmi troppo diversa da come sono realmente mi innervosisco. Per dire: ho i capelli mossi e quando dal parrucchiere vogliono per forza lisciarmeli accetto per curiositĂ , ma poi torno a casa e me li risciacquo.
Per come la vedo io è giusto farsi belle, ma senza esagerare.
Non c’è niente di peggio che finire nel letto di uomo e, nel pieno della passione, ritrovarsi a pensare: “Cavolo, chissà se domani mattina mi riconoscerà ”.
Le soluzioni sono due: si scappa nel bel mezzo della notte (ma se il lui in questione ci piace molto è davvero un peccato), oppure la mattina dopo si prende spunto da Julia Roberts in “Pretty Woman” e ci si fa beccare con una bella chioma rossa al posto della finta parrucca bionda.
Ok, ho esagerato. L’esempio non è calzante, anche perchè non credo che tra le lettrici di questo post ci sia il prossimo appuntamento di Richard Gere (se ci fosse mi scuso e la prego di passarmi il numero di Gere una volta che si sarà stufata!).
Voglio solo dire che è divertente nascondersi dietro a piccoli trucchi, ma bisogna saperlo fare.
Passare una giornata intera dal parrucchiere per trasformarsi in una bionda platino alla Marilyn Monroe può essere interessante, ma attente perchè le sopracciglia riveleranno a tutti il vostro vero colore di base.
Tingete pure quelle?
Beh, fate pure: gli uomini sapranno comunque dove andare a controllare per scoprire la nostra vera identitĂ .
Ecco, ci state pensando, avete capito a cosa mi riferisco.
Le immagini della puntata di “Sex and the city” in cui Samantha, disperata, decideva di tingersi le “zone basse” perché era apparso un terribile pelo bianco scorrono nella vostra mente a velocità impressionante. Ridete a denti stretti pensando alla scena in cui lei rivela a Carrie di aver sbagliato la tinta di aver cambiato il suo colore proprio lì, e la cosa peggiore è che non combacia con il colore dei suoi capelli.
Siete preoccupate?
Signore è tutto sotto controllo: c’è chi si è inventato un ulteriore modo per ingannare gli uomini. E’ Betty: “il primo colore formulato per i peli pubici. Sicuro, naturale, copre i peli grigi, e permette finalmente di far combaciare il colore dei peli con quello dei capelli. D’ora in poi, in pratica, chiunque potrà essere una VERA bionda!”
La cosa più interessante è stata scoprire sul sito delle tinte Betty che la signora Nancy Jarecki, inventrice della linea, ha avuto questa brillante intuizione a Roma, dopo essere stata da un parrucchiere di cui non sappiamo le coordinate.
Sul sito, Nancy racconta di aver notato delle donne che dopo essersi fatte ritoccare il colore dei capelli aspettavano che il parrucchiere le passasse una misteriosa bustina di carta dal contenuto misterioso.
Incuriosita, Nancy chiese alla segretaria: «Cosa c’è nella bustina?», la quale le rispose: «Per sotto, per farli combaciare».
In quel momento arrivò la rivelazione che Nancy aspettava da una vita e si disse: «geniale, potrei creare un kit fai da te per colorarsi proprio in quella zona!»
Tornata a New York, dopo essersi consultata con l’hair stylist di fiducia e con un amico ginecologo, realizzò Betty, una serie di colori formulati proprio per tingere le zone più sensibili.
L’idea è sicuramente curiosa, ma voi la usereste?
(anche su Grazia )
Ecco, lo sapevo che il mio primo giorno di festa nella casa graziosa sarebbe capitato in una ricorrenza speciale. Poteva essere una settimana piatta, dove accade tutto e niente, e invece no.
Oggi è l’8 marzo, la festa delle donne, e anche se tutte direte che non vi interessa, beh, io non ci credo.
Non ci credo perché sono la prima a dire che non è una giornata da festeggiare. Così come non lo sono la festa del papà o della mamma.
Non ci credo perché impazzisco alla sola idea di tuffarmi in una serata fatta di cene e danze tra donne e con donne che, se tutto l’anno sembrano normali, l’8 marzo rivendicano la loro femminilità . Con pochissima femminilità .
Credo che oggi festeggino molto di più gli uomini che le donne: ci sono quelli che rimangono a casa, davanti alla Playstation, magari con gli amici, senza nessuna donna che li rimprovera se mangiano patitine e bevono birra sul divano e quelli che escono pronti ad attaccare perché, statistiche alla mano, questa sera una donna in giro la trovano di sicuro.
Festa della donna: urla, strepiti, brindisi “a noi donne!”. O meglio a quello che a fine serata ne rimane di loro, di noi.
Perché, lo ammetto, c’è stato un tempo in cui io la festeggiavo, questa giornata. Era il periodo dei primi permessi serali, quando ad una pizza e una coca con le amiche i genitori non potevano dire di no.
Noi ci sentivamo improvvisamente donne: un velo di fard, il rimmel messo male e un po’ di Labello per mettere in risalto labbra ancora inesperte.
Quelle serate in cui si parlava dei primi amori, di quelli che ancora facevano venire il batticuore solo perché ci avevano chiesto di prestargli una penna per il compito in classe.
Poi, crescendo, il rito si è perso. Già al liceo ci dicevamo: “Casomai ci vediamo a casa di qualcuna”. Era come se ci dovessimo nascondere, e forse un po’ era vero. Non potevamo confonderci con quelle che uscivano l’8 marzo, ma non si poteva neanche non festeggiare una serata tutta per noi.
Col tempo io e le mie tante amiche romane abbiamo smesso di vederci in quell’occasione speciale, perché trascorrevamo comunque assieme tutti i week end.
Dei miei 8 marzo ricordo anche l’odore della mimosa nel giardino del palazzo accanto al mio, che fioriva sempre troppo presto e all’8 marzo non ci arrivava mai.
Sento ancora il suo profumo, quello della mia pianta preferita. Bella, gialla, e soprattutto capace di seccare quasi all’istante, il che è un bene per una come me che non ha il pollice verde.
Da qualche anno, a Roma, quella mimosa non c’è più: l’hanno dovuta abbattere. Era malata, un po’ come noi donne che fioriamo sempre prima e non aspettiamo mai che arrivi davvero il sole leggero di marzo per farci sbocciare.
Al primo raggio, tutte pronte. Chi c’è, c’è.
Con il tempo però ho imparato ad aspettare.
La mimosa non c’è più e non c’è neanche più quella voglia di esporsi troppo in fretta che un tempo pensavo mi avrebbe reso donna.
Oggi festeggio la mia tranquillitĂ e il mio essere comunque bambina, in ricordo di quelle cene a base di pizza e cocacola.
Festeggio con tutte voi le donne che non siamo ancora.
E anche se nessuna di noi vorrebbe urlare a tutti che oggi, di Grazia, è la festa della donna, io auguro a tutte voi una splendida giornata, e ne approfitto per ricordare agli uomini di comprare un mini rametto di mimosa. Perché questa volta, se vi guarderemo male, non sarà solo perché siamo donne, ma perchè siamo donne da festeggiare.
(anche su Grazia)
E’ buona educazione quando si arriva una festa in una casa che non si conosce salutare i padroni, magari portare una bottiglia di buon vino o un dolce, poi levarsi il soprabito con GRAZIA, guardarsi intorno e lasciarsi guardare.
Uno sguardo veloce ai quadri, all’arredamento, ai libri e ai cd (se ce ne sono).
Si comincia poi a controllare se sono giĂ arrivati gli amici che ti hanno invitato e con loro ci si avvicina al buffet.
Credo sia sempre meglio iniziare con un buon bicchiere di prosecco, giusto per allentare la tensione, e poi ci si prepara un piattino con quello che offre la casa.
Da buona forchetta amo assaggiare un po’ di tutto, ma preferisco le patatine ai salatini e adoro i tramezzini.
I cetriolini sott’aceto, poi, sono la mia passione.
Con calma mi accomodo sul divano. Sul bordo del cuscino, schiena dritta e gambe accavallate.
Una maglia colorata come sempre, lunghi orecchini e un bracciale che fa rumore quando porto il flute alla bocca.
Gonna semplicemente particolare, calze leggins nere, che mostrano gambe lunghe e caviglie disegnate da due piccoli tatuaggi, scarpe basse.
Passano i minuti e inizia il valzer delle presentazioni. A volte mi introducono gli amici che mi conoscono, altre volte comincio uno scambio di battute attirata da uno sguardo curioso.
La festa a cui sono stata invitata (da oggi) è fatta di parole, di persone che s’incontrano tra le righe, scambiandosi opinioni e domande. Ho osservato e letto chi, come me, è passato in questa graziosa casa e ora è arrivato il turno di presentarmi.
Sono un ossimoro. Una romana a Milano. Una figura retorica in carne ed ossa che ama scrivere e che trova questa maniera di esprimersi, umana e immortale, un piacevole ozio affaccendato, così come lo definì Goethe.
A questa festa mangerò e parlerò di cibo, magari aiutata da una ricetta squisita.
Incrocerò lo sguardo e il mio pensiero con un uomo.
Chiacchiererò con le donne, scambiando pareri divertenti.
Proporrò giochi da adulti.
Ascolterò un po’ di musica.
E poi, quando ormai gli occhi dei presenti saranno segnati, le bottiglie quasi vuote e il volume dello stereo sembrerà sempre più basso, tornerò a prendere il mio soprabito e saluterò i graziosi padroni di casa.
Ripenserò camminando rumorosamente nella notte a quanti ossimori avrò incontrato a questa festa.
Quanti brividi-caldi avranno attraversato la mia schiena?
Quanti silenzi-assordanti avranno circondato i miei discorsi?
Quante persone avranno raccontato la loro lucida-follia?
Così vi ho presentato la mia figura, forse un po’ retorica, sperando vogliate fare lo stesso, scegliendo quella che meglio vi rappresenta: iperbole, metafora, litote…Sono sicura farete un’ottima figura.
(anche su Grazia)
