parto dolcemente…
Premessa: il mio orologio biologico non è ancora scattato. Assolutamente, no!
Ma leggendo La Repubblica oggi mi è cascato l’occhio su un articolo di cronaca dal titolo “Una stanza arancione per partotire” che mi ha portato molto indietro nel tempo, ma anche molto avanti. A parte l’uso dell’arancione, un colore che trovo esilarante e caldo allo steso tempo, l’articolo parlava dell’apertura di una “casa del parto” all’interno dell’ospedale Buzzi di Milano. Sarà aperta da metà novembre e consentirà alle partorienti di vivere il momento del travaglio e del parto in un ambiente confortevole e rilassante. Tutto bellissimo, considerando anche il fatto che non si parla di un cambiamento solo a livello architettonico, ma sembra che anche tutto il personale dell’ospedale sarà impegnato in una «svolta per l’umanizzazione del parto». Insomma, si cercherà di andare incontro alla mamma e al nascituro con maggiore tranquillità permettendo alle mamme di non dover, oltretutto, sopportare l’angoscia di un parto traumatico. Ho visto spesso “Reparto maternità”, la docufiction ambientata al San Camillo di Roma che raccontava le storie e i parti di tante donne. Non è che fosse proprio una passeggiata guardare quei momenti e sicuramente esserne protagoniste lo è ancor meno. Detto questo, l’articolo parla delle stanze arancioni come una vera “innovazione” e a quel punto sono tornata indietro di 26 anni, a quel cuscino caldo che mi accolto appena nata. Una partenza dolce.
Mia madre e mio padre sapevano che sarebbe stato un momento importante, da vivere rilassati, e così si documentarono e mi fecero nascere con il metodo Leboyer, inventato dal ginecologo francese Frédérick Leboyer e noto come “parto dolce”.
Fra le condizioni poste da Leboyer si ha che:
Dopo il parto il bambino possa riprendersi dallo stress sull’addome della madre affinché contunui a sentirne il calore e il battito cardiaco.
Alla madre e al bambino venga lasciato un po’ di tempo per “conoscersi”.
Qualora possibile tutte le operazioni che coinvolgono il bambino dovrebbero avvenire in modo molto delicato, evitando rumori, movimenti bruschi e luci troppo intense.
Le sale parte dovrebbero corrispondere a questa esigenza, dovrebbero essere quindi degli ambienti confortevoli, isolati acusticamente e senza luci troppo intense.
Così è stato. Mi permetto quindi di dire che non si tratta di un’innovazione ma solo dell’attuazione, giusta e da esempio per altri ospedali, di un metodo che a me ha permesso di nascere senza traumi. In sottofondo un disco di Chopin (ricorda mia madre) accompagnava i miei primi vagiti, mio padre tagliava il cordone ombelicale mentre la mia mamma mi abbracciava teneramente.
Come dicevo il mio orologio biologico non è ancora scattato, ma vorrei tanto poter fare ascere i miei fututri figli in tutta tranquilllità, con la dolcezza che si meritano.
Tanto poi quanto sia incasinato questo mondo lo scopriranno da soli…un po’ come me.
p.s. Mio padre a poche ora dalla mia nascita leggeva “La Repubblica”, per essere precisi.

